Et lege ...

La sapienza conviene

Socraticamente, secondo Platone, il massimo della sapienza era costituito dalla consapevolezza di non sapere. Il che generava la saggezza, l’attitudine di chi, saggio di per sé nel perseguirla con costanza, rimediava all’ignoranza cercando il sapere e, comunicando e condividendo i frutti della sua ricerca, lo acquisiva, accrescendola.

Il metodo del dialogo conduceva il sapiente saggio a conoscere sé stesso, gli altri e la molteplicità dell’universo compiendo un percorso di ricerca e di confronto proficuo, nella certezza che in tutti gli uomini e in ogni realtà piccola o grande era racchiusa, come già indicava il dettato biblico, la matrice della sapienza divina.

Ciò poteva realizzarsi, tuttavia, esclusivamente nella dinamica di un processo educativo, così da farla emergere prima alla consapevolezza propria, obbedendo all’imperativo “conosci te stesso”, nell’interesse poi dei coinvolti nel dialogo e a beneficio di tutti.

Sapienza e saggezza, dunque, motori del mondo, come dimostrano le dinamiche che hanno segnato nei secoli i processi di cambiamento e di superamento delle crisi, comprese quelle più drammatiche e devastanti; non escluse quelle altrettanto difficili, ricche di incognite e per tanti aspetti epocali, della nostra attualità. Per le quali, peraltro, appaiono applicabili i criteri della ricerca e della sapienza evocati, opportunamente aggiornati nei mezzi, ma assolutamente identici nello spirito.

Dopo l’esortazione a pregare e a lavorare, che ha ispirato le feste degli scorsi anni, il riferimento per le imminenti festività dei Santi Patroni alla prescrizione dettata da san Benedetto ai suoi monaci tenuti ad imparare a leggere e a scrivere, appare a tal fine di straordinaria attualità.

L’obiettivo del fondatore di Montecassino era di far sì che ogni membro della famiglia monastica potesse acquisire conoscenza e si dotasse di competenze per poter divenire guida sapiente del mondo che circondava il monastero e riferimento prezioso per chi chiedeva ospitalità e consiglio.

Allora il crollo dei riferimenti essenziali e il venir meno, con la fine dell’Impero, delle certezze politiche e istituzionali da un lato; dall’altro il contemporaneo arrivo di popolazioni nuove, i barbari, e le ricorrenti crisi economiche con le conseguenti carestie ed epidemie, avevano sconvolto il mondo e generato paure e incertezze, a ben vedere, diverse dalle attuali soltanto nell’intensità e nella gravità dei problemi, ma soprattutto nella drammatica mancanza in quei decenni difficili dei mezzi per risolverli.

Si trattava, allora come adesso, di recuperare certezza di riferimenti. A tal fine il Santo patrono d’Europa aveva individuato nella capacità dell’uomo di riconoscere l’impossibilità di considerarsi sufficiente a sé stesso e nella sua disponibilità a fissare lo sguardo al Cielo, secondo la proposta cristiana, la possibilità da un lato di trovare la certezza fondamentale; dall’altro, nella necessità per ogni persona di dover scoprire le proprie potenzialità, la via per offrirsi una speranza e nel proprio quotidiano il modo di darsi un obiettivo e di dotarsi degli strumenti adatti per realizzarlo. Solo procedendo in tal modo, imboccata la via della sapienza e della saggezza, ognuno avrebbe potuto contribuire col proprio lavoro a rigenerare il mondo, concorrendo, nell’assecondare i ritmi della natura, all’incessante opera creatrice d’impronta divina in essa operante, attribuendo una nuova inedita dignità al lavoro medesimo.

Ecco, dunque, il suo precetto in forma di esortazione: Ora et labora et lege et noli contristari! Prega, lavora, impara e studia e guarda con fiducia al futuro!

Tuttavia ciò non poteva avvenire, secondo il Santo di Norcia, senza educare, far cioè uscire ed emergere nell’autentico significato etimologico di educere, le potenzialità di ciascuno, e senza istruire, ovvero instruere, edificare su tali risorse personali una complessa dotazione di conoscenze, indispensabili per consentire di leggere e interpretare il mondo e di riuscire, se non a dominarne, almeno a concorrere ad orientarne il cambiamento.

In un processo continuo, che per il monaco iniziava dal primo giorno dell’ingresso in comunità con l’apprendere i rudimenti della lettura e della scrittura, ma diveniva per l’intero corso della vita disciplina di comportamento quotidiano, che imponeva di leggere ogni giorno il volume prelevato dalla biblioteca del cenobio.

Per generare i quali si coltivavano e sviluppavano le competenze artigianali dei copisti, impegnati a duplicare

e moltiplicare le opere dei classici accanto ai testi canonici e della tradizione della Chiesa.

Un processo dunque di educazione e di istruzione, di formazione, di aggiornamento e di formazione permanente professionalizzante, che nei suoi complessivi canoni strutturali evidenzia un profilo di innegabile modernità e di straordinaria attualità.

 

 

Bartolomeo Scotti, Allegoria della sapienza

Preseglie, Sacrestia della chiesa parrocchiale dei santi Pietro e Paolo

Un’intuizione e un modello, quello ideato e realizzato nella rete delle istituzioni benedettine presenti in ogni agglomerato piccolo o grande dell’Europa medievale, che ne hanno ispirato il modello costitutivo e segnato e caratterizzato il processo di innovazione, crescita e sviluppo, secondo dinamiche che sono state tradizionalmente definite nel loro esito complessivo come “bonifica benedettina”.

Si trattava allora di rendere “buona” la terra, rendendola fertile, aumentandone la resa produttiva, ma anche migliorando la condizione di chi la lavorava, riducendo o azzerando il canone pattuito a condizione che l’attività di coltivazione del conduttore fosse impegnata ad meliorandum  il fondo ricevuto, si rivolgesse cioè a ridurre l’incolto e a trasformarne parte in ulteriore superficie produttiva.

Un modello operativo semplice e di sicura efficacia, dunque, la cui costante applicazione nel corso dei secoli ha mostrato di essere semplicemente alla base delle straordinarie fioriture dell’economia, che hanno contribuito a caratterizzare la civiltà dell’Europa.

Termine di confronto e di riferimento per il resto del mondo, lo spirito europeo ed il sistema che ne è scaturito mostrano ora segni di crisi, dovuti al più recente modello economico adottato. Ispirato da principi e ideologie generatrici di dinamiche di sfruttamento intensivo, ha mirato di fatto al massimo profitto fino al punto da compromettere il complessivo ecosistema, attivando processi che solo ora con grave ritardo si cerca di invertire.

L’auspicio è che si possa recuperare la “saggezza del fare”. Che la sapienza che accompagna le conoscenze della cultura di tradizione possa utilmente coniugarsi con i progressi della scienza e della tecnologia avanzata, così da esaltarne successi e novità con il tasso di umanità che l’esperienza conserva.

Che tale incontro aiuti sul terreno i processi di coltivazione e di produzione e non li esasperi con l’uso di presidi chimici, condannando nel tempo alla desertificazione il luogo della più nobile delle attività umane. Che l’intelligenza della mano dell’artigiano non sia sostituita da un perfezionismo produttivo meccanizzato, uniformante e standardizzato a scapito della bellezza e della singolarità dell’imperfezione. Che il lavoro nella sua possibilità di nobilitare chi lo esegue, ritrovi la sua funzione, assegnando un ruolo da protagonista al lavoratore, liberandolo dalla fatica ed esaltandone il ruolo di soggetto protagonista del processo produttivo.

La ricerca, dunque, la formazione, l’aggiornamento continuo costituiscono le premesse ineludibili per garantire un recupero di centralità responsabile per l’uomo dei prossimi decenni.

Ad una precisa condizione tuttavia, quella che nel fornirsi di una ancor più grande dote di conoscenza, dunque, di sapienza, gli sia possibile accumulare un surplus di saggezza, così che il suo volto si possa arricchire di autentica umanità, apparendo agli occhi dei più ricco di “sapore”, generoso nel condividere il suo sapere. Diverrà in tal modo naturale riferimento di stima e fiducia per gli altri, smarriti, immersi in un mondo dagli orizzonti non del tutto prevedibili.

L’incognita del futuro mina le certezze e apre spazi a squilibri, tensioni e minacce di violenza, con rischi non del tutto diversi da quelli vissuti circa due millenni fa.

Occorrerà allora riscoprire la sapienza delle soluzioni allora adottate e la saggezza che ispirò quelle scelte, considerando, come si diceva nell’XI secolo all’inizio del secondo millennio, che si può con speranza guardare al futuro e vedere più chiaro e più lontano, a condizione che si abbia la consapevolezza di essere ben sistemati e sicuri sulle spalle possenti del gigante della nostra storia.

 

 

Abbiamo bisogno di parole

che aprono il cuore

 

L'omelia del vescovo Pierantonio Tremolada

per la festa dei Santi Patroni, Faustino e Giovita

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