... et labora

Dignità e nobiltà del lavoro in un futuro di robot

Lo aveva ben capito Paolo VI, il papa bresciano, figlio di una terra, nella quale il lavoro costituisce il tratto peculiare e distintivo di quel connotato antropologico indefinibile che amiamo chiamare brescianità.

Ne aveva osservato e sperimentato a Milano da arcivescovo il rapido e profondo mutarsi, in una metropoli decisa con fatica e determinazione a voltar pagina e ad uscire dai traumi della guerra. Lo angustiavano, del rapido trasformarsi del lavoro, l’indeterminatezza degli approdi del suo mutare e l’inconsapevolezza e la sottovalutazione del fenomeno sulla scena di quegli anni da parte dei protagonisti di una così rapida trasformazione. Anche per offrire ai padri conciliari e al mondo, che della grande storica assise attendeva con trepidazione gli orientamenti e le indicazioni, ecco allora, oltre ai suoi numerosi interventi definibili come un puntuale magistero sul lavoro, l’intuizione profetica, che si ispirava ad una sua giovanile esperienza di spiritualità benedettina vissuta a Chiari, di proclamare san Benedetto, il santo della dignità del lavoro, patrono d’Europa.

È lui, infatti, che attribuendo all’attività lavorativa rettamente esercitata la stessa dignità della preghiera, innescò una rivoluzione, le cui conseguenze hanno attraversato i secoli ed ancora ne mostrano gli effetti sulla realtà europea, suscitando vivo e crescente interesse nei più attenti studiosi, impegnati, in particolare, a tentare di cogliere nella complessiva proposta del santo di Norcia l’originalità e la specificità della sua concezione del lavoro.

Il lavoratore, in età tardo antica principalmente lavoratore della terra, nella sua condizione di servo, giuridicamente definito strumento di lavoro privo di ogni diritto nelle mani del latifondista, all’inizio del medioevo con Benedetto riacquista dignità e vede aprirsi, nella dinamica innescata dalla bonifica benedettina, la prospettiva di un protagonismo nuovo, che promuove l’avvio di una vera e propria forma di moderna “imprenditorialità”.

Nell’economia che si sviluppa all’ombra dei monasteri benedettini sparsi in ogni centro d’Europa, si realizza così la nuova concezione del lavoro. Essa traduce in concreto l’esortazione ora et labora et lege et noli contristari, che invita con accenti inediti il lavoratore ad essere soggetto protagonista, consapevole di essere titolare di una dignità nuova, che scaturisce dalla dignità del lavoro equiparato alla preghiera.

Esortato ad arricchire di conoscenza la propria quotidiana fatica, egli si avvia lungo la strada che lo porta a dotarsi di strumenti nuovi, che nell’offrirgli la possibilità di migliorarsi, lo inducono nella dura pratica del lavoro di quel tempo ad applicare il criterio della miglioria nell’esercitare l’azione qualificante della bonifica, in modo da guardare al futuro come ad un orizzonte di speranza.

L’invito «Prega, lavora, studia e non abbatterti, perché potrai guardare al futuro con fiducia», non è, come solitamente si intende, esclusivamente riferito ai monaci. L’esortazione di Benedetto è rivolta all’uomo del suo tempo; ma non solo, di fatto interpella e coinvolge l’uomo di ogni tempo. Opportunamente aggiornata e convenientemente declinata ha costituito un riferimento per le generazioni che dal medioevo fino ai nostri giorni hanno costruito quella che siamo soliti definire civiltà europea.

Attraverso lotte e fatiche, successi e sconfitte, l’affermazione della dignità del lavoro da un lato, dall’altro una sempre più definita attenzione riservata ai diritti del lavoratore, hanno progressivamente conseguito nel tempo innegabili traguardi, fino all’ultima battaglia, quella della parità di genere nel riconoscimento del lavoro femminile e nell’avvio dell’attribuzione alla donna che lavora della parità di salario a parità di mansioni.

Sono conquiste della modernità, visibili nei caratteri della nostra convivenza europea, ma rilevabili ancor più in un preciso connotato della realtà bresciana, in quella “religione del lavoro”, come di solito si definisce, caratterizzata da dedizione senza risparmio, passione per l’innovazione, pervicace determinazione, qualità insomma che consentono di superare con l’inventiva ogni congiuntura sfavorevole, colta piuttosto ogni volta come un’opportunità.

Più che in radici fantasiose, attribuite da taluni ad influssi riformistici d’Oltralpe, l’impronta più genuina dell’attitudine bresciana all’impresa e al lavoro trova la propria origine nella millenaria vicenda della cultura benedettina declinata alla bresciana. La fitta e prolungata presenza delle grandi abbazie imperiali di matrice longobarda, di San Salvatore/Santa Giulia

in città e di San Salvatore/San Benedetto di Leno in pianura, e nei secoli successivi dei monasteri di San Faustino, di Sant’Eufemia, di San Pietro in Monte di Serle, voluti da energici vescovi bresciani, hanno plasmato il territorio e segnato il volto e il carattere dei suoi abitanti. Alla stessa stregua delle fondazioni cluniacensi della Franciacorta, che tra XI e XII secolo con i loro priorati hanno posto le radici remote del grande successo odierno di quell’area fortunata; fino alla serie dei monasteri piccoli e grandi, che hanno perpetuato in età moderna fino ai giorni nostri, come testimonia la presenza viva di San Nicola di Rodengo, il messaggio perenne e caratterizzante del fondatore di Montecassino.

Un lascito di civiltà, dunque, su cui sono sorte le esperienze più avanzate dell’impresa bresciana contemporanea, capace di realizzare ricchezza, frutto di inventiva e innovazione, resa possibile nell’immediato dopoguerra dall’autoformazione e dall’intraprendenza del geniale capitano d’industria ed ora dalle molteplici esigenze di formazione richieste a imprenditori, manager e maestranze da una trasformazione incessante e da una globalizzazione esigente.

Il tutto in una dinamica rapida fino al disorientamento, che costringe sempre più ad accettare nuove sfide, la più complessa delle quali è proprio quella del cambiamento. Se prima le svolte di innovazione radicale che segnavano i ritmi di crescita di un’impresa potevano riguardare l’intervallo di una generazione, ora l’accelerazione induce all’aggiornamento infrastrutturale e tecnologico continuo, che si accompagna necessariamente al continuo aggiornamento del capitale umano dell’impresa.

Agricoltura, industria, terziario: nessun settore sfugge alle dinamiche cogenti e ineludibili della rivoluzione 4.0. L’intelligenza artificiale pervasiva, l’internet delle cose, l’ecosistema dei robot (solo per richiamare le “penultime” sfide, visto che ogni giorno altre e più avveniristiche ad opera di geniali ricercatori si fanno sempre più vicine a raggiungere il proprio traguardo e a coinvolgere la quotidianità di tutti), danno conto di una società postmoderna incombente. Il cui profilo tuttavia non appare delineato in forme, apparati, istituzioni, che ce ne rendano percepibile la governabilità democratica da un lato, dall’altro un rassicurante quadro di accogliente vivibilità. Quale spazio alla persona umana, nella sua irriducibile condizione antropologica?

Quale ruolo all’umano e al non umano nella società partecipe dell’ecosistema dei robot? Quale statuto si dovrà stabilire per definire in tale contesto la funzione del lavoro e la figura e lo status del lavoratore? Sono solo alcuni dei temi e dei problemi che si delineano all’orizzonte, coinvolgendo ogni uomo e ogni società, prima delle altre le più avanzate, compresa quella bresciana e le sue eccellenze.

Pronta alle sfide sui fronti più avveniristici delle tecnologie d’avanguardia ad opera di geniali ricercatori, meritoriamente attenti all’immediato delle ricadute nel sistema produttivo, la realtà bresciana è altrettanto interessata a sviluppare una riflessione sui profili sociali del cambiamento? A chiedersi quale sarà il volto della città e l’organizzazione dei suoi sottosistemi nei prossimi decenni? Ad interrogarsi su quali saranno nel nostro contesto le dinamiche del “nuovo lavoro”, il profilo e l’identità del lavoratore e la forma e gli assetti che assumerà la convivenza civile nelle nostre comunità? A preparare gli strumenti per contrastare le nuove povertà, indotte dal rifiuto del cambiamento, e a vincerle con l’arma di una adeguata formazione permanente?

Domande che s’impongono e, tuttavia, quel che si avverte più urgente in questa fine di un mondo nel travaglio della nascita del nuovo, è l’ansia ormai palpabile, anche se ostinatamente non dichiarata, talvolta spavaldamente negata, che urge al contrario come un desiderio irrefrenabile, semplicemente definibile: “esigenza di trascendente”.

Lo testimoniano il successo di psicologi e psicoterapeuti, il moltiplicarsi delle proposte di “cura dell’anima”, offerte nei pacchetti più allettanti, e di operatori dell’occulto sempre più ricercati da una società smarrita, priva di riferimenti, insicura di fronte ad un futuro che all’orizzonte propone forme di cambiamento sconosciute e perciò stesso dense di angoscia, cui si può reagire soltanto con la fuga nei paradisi artificiali o con l’aggressività.

Sembra di rileggere il racconto dei cronisti che descrivevano le condizioni di smarrimento e le angosce degli uomini della fine dell’Impero e dell’inizio del medioevo, il periodo che ebbe peraltro il merito di gettare i semi che sbocceranno rigogliosi nella modernità.

Ad ognuno degli uomini di quel periodo travagliato

si rivolse con la sua esortazione Benedetto:

ora et labora et lege et noli contristari.

 

I calzolai, Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto (1698-1767)

Pinacoteca Tosio Martinengo - Brescia

 

 

 

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