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Associazione Confraternita

dei Santi Faustino e Giovita

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Nostro pane quotidiano

Primum vivere!

 

È l’icastico motto che i romani amavano ripetere, evocandolo soprattutto quando si trattava di consolidare una delle tante imprese di quella loro “concretezza realizzativa”, che li ha portati a dominare gran parte del mondo allora conosciuto.

Lo si evidenzia nella capacità che ebbero di dotare con istituzioni politiche e sociali le realtà conquistate, ma soprattutto di organizzarne e garantirne l’assetto produttivo con lo scopo di soddisfare, anche se per finalità fiscali, l’esigenza primaria della sussistenza delle popolazioni asservite.

Dunque, primum vivere! quale ineludibile presupposto per realizzare assetti stabili di società civile, che nello strutturarsi, una volta soddisfatta la fame, non poteva non completarsi nel realizzare livelli più ricchi di civilizzazione con l’allestire occasioni ludiche di fastosi circenses. Occasioni, peraltro, offerte a tutti, per quella necessità che il cuore dell’uomo manifesta, qualunque sia la singolare condizione economica, quella cioè di soddisfare l’esigenza di condivisione e comunità. Sono canoni fondanti l’assetto del vivere civile,

si potrebbe convenire. Si è costretti, al contrario, a constatare che, non solo i più recenti principi di uguaglianza e fraternità non hanno liberato l’uomo contemporaneo, ma neppure il ben più remoto comandamento dell’amore del prossimo

ha rimediato all’egoismo che uccide, se consideriamo i numeri troppo grandi delle morti per fame, scandalosamente sottolineati da quelli che quantificano nel mondo lo spreco delle risorse alimentari.

S’impone, dunque, l’ennesima presa d’atto della necessità di rimediare agli squilibri della distribuzione delle risorse, per soddisfare finalmente l’ineludibile necessità anche a chi neppure è consentito di vivere.

Un’esigenza troppo a lungo insoddisfatta, che carica di terribile responsabilità di fronte al tribunale della storia quella parte dell’umanità contemporanea, dotata di strumenti per imprese strabilianti e risorse, secondo gli studi più accreditati, più che adeguate per affrontare e risolvere il dramma della fame nel mondo e che, tuttavia, cinicamente continua a mostrarsi indisposta a porre al vertice delle priorità tale esigenza.

La speranza è, pertanto, che cresca, accanto alla consapevolezza della necessità di risolvere i problemi della casa comune, affrontando l’emergenza dell’inquinamento globale e del clima, anche la determinazione nel porre ai primi posti dell’agenda dell’umanità il diritto di ciascuno a vivere.
Il progetto delle Nazioni Unite per realizzare l’obiettivo “Fame zero” nel 2030 sembra offrire un approccio convincente alla soluzione del dramma e disegnare un profilo nuovo e coinvolgente all’orizzonte di un impegno individuale, che tutti interpella, offrendo un ideale concreto allo spaesato uomo d’inizio del terzo millennio.

 

Non di solo pane...

 

Tuttavia, Non di solo pane vive l’uomo!

Vive, a ben pensarci, prima di ogni altra cosa di un sentimento essenziale, quello della compassione, emblematicamente rappresentata nel dipinto Cristo e l’angelo, geniale opera del Moretto, in assoluto il quadro più significativo ed emozionante delle collezioni civiche cittadine.

Con il volto segnato da un dolore tutto umano l’angelo, che regge una grande tunica nel gesto di offrire conforto all’umanità divina del Salvatore sofferente, dà conto della necessità di riscoprire i valori salvifici della stessa condizione umana nella pratica della virtù più moderna eppure antichissima, quella di condividere la sorte di chi soffre.

Si crea solo in tal modo la possibilità di realizzare, a fronte della globalizzazione della sofferenza per fame, un’economia circolare dei rimedi efficaci per porre fine a tale apparentemente irrimediabile piaga dell’umanità.

Più ancora di un pane, chi è in immediato pericolo, ha bisogno, infatti, di aiuto, del conforto di un sorriso e di una carezza, del riparo di un mantello e di mani pietose che glielo allunghino, nella consapevolezza – che si genera nel gesto che diviene salutare e salvifico per chi lo compie – che solo così si rimedia in un sol colpo da un lato al dolore della miseria e della fame, dall’altro alle piccole e grandi sofferenze della mente e del cuore dell’uomo contemporaneo, causate di fatto dall’ipocondria che dilaga nella società dell’opulenza.

Un’accoglienza che va fatta in spirito benedettino, secondo la raccomandazione del patriarca d’Occidente, patrono d’Europa per volontà di Paolo VI, il quale invitava ad aprire senza discriminazione le porte del monastero a chiunque bussasse, per non rischiare, come diceva l’Apostolo, di non accogliere degli angeli. Nella sua Regula prescriveva che l’accolto rispettasse le regole della comunità. In caso contrario con fermezza lo si accompagnasse alla porta per impedire la rovina del monastero, prezioso presidio di soccorso per gli altri bisognosi del tempo.

Fosse quindi garantita la possibilità di continuare a compiere quel gesto sempre uguale, gratuito e oneroso liberamente deciso dal samaritano, ispirato dalla consapevolezza che un giorno lui stesso avrebbe potuto aver bisogno di soccorso,

di un gesto in fin dei conti animato sì da amore del prossimo, ma anche da spirito di prevenzione.

La stessa che consigliò ai bresciani di dotare il castello, il presidio più affidabile per la propria difesa e sicurezza, di una “strada del soccorso”, certi, tuttavia, che più di quello amico, il soccorso risolutivo era pur sempre da attendersi dall’alto, come garantito dai due giovani santi in armi, Faustino e Giovita, pronti ad intervenire al Roverotto in aiuto dei bresciani in pericolo.

 

Cristo e l'angelo

Alessandro Bonvicino detto il Moretto (1498-1554)

Museo di Santa Giulia, Brescia

 

Lunedì 5 febbraio 2018

Lectio magistralis di mons. Pierantonio Tremolada, vescovo di Brescia

Nostro pane quotidiano

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