Associazione Confraternita

dei Santi Faustino e Giovita

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Il volto dell'altro

Chissà se i neuroni a specchio già funzionano nel neonato,
che vede nella luce abbagliante della prima volta il volto della mamma con dipinti i lineamenti contrastanti del dolore e della felicità. Forse in quella primissima fase della vita basta
il fresco ricordo dell’intimo legame per mantenere stretto
il rapporto.

Per gli altri, conosciuti o estranei che siano, è accertato che è proprio l’osservazione reciproca del volto che attiva i recettori cerebrali recentemente scoperti.

Sono essi che generano empatia, la possibilità cioè di cogliere all’istante pensieri e stati d’animo di chi si incontra, secondo una dinamica che è alla base di ogni rapporto libero e fecondo tra individui diversi, più o meno disponibili a realizzare le condizioni per una comune convivenza.

Il volto, dunque, è il libro aperto su cui sono scritte le parole del dialogo o del rifiuto, della disponibilità per un progetto condiviso o del diniego.

Il volto è la certificazione dell’altro e delle mille opportunità che l’incontro produce, e anche – al contrario – delle cento e più occasioni di ostilità e di rifiuto che da esso scaturiscono.

Di più: l’incontro-scontro con il volto dell’altro è la strada necessaria per l’appropriazione dell’io. È soltanto nell’entrare in relazione con l’altro, nel rivolgersi a lui, che ciascuno può auto-comprendere e formare compiutamente la propria identità (Levinas, Buber).

«È essenziale per la persona umana il fatto che diventa se stessa solo dall’altro, l’“io” diventa se stesso solo dal “tu” e dal “voi”, è creato dal e per il dialogo. E solo l’incontro con il “tu” e con il “noi” che apre l’“io” a se stesso» (papa Benedetto XVI).

Interfacciarsi, metterci la faccia sono infatti le espressioni d’uso del lessico ordinario che ne rappresentano perfettamente la dinamica, sottolineando tuttavia quel di più di disponibilità e di impegno che l’incontro richiede per non essere labile e improduttivo; nella costante consapevolezza che ognuno è sempre di per sé anche l’altro per gli altri.

Sono dinamiche così ordinarie e consuete che non metterebbe conto di considerare se non fosse che la società liquida dei social, se da un lato consente di amplificare potenzialmente in forma indefinita il numero dei contatti, di fatto riduce ai minimi termini le occasioni di incontro, fino a determinare in chi tiene gli occhi costantemente rivolti al

display, la drastica riduzione delle possibilità di empatizzare, fino ad inverare le parole del poeta: “Ognuno sta solo sul cuore della terra ...”.

E la drammaticità dell’ “… ed è subito sera” si aggrava della solitudine di un neoeremitismo vuoto e privo di senso, del tutto incapace di cercare e sperare di trovare il Volto che salva, il solo che orienta a riscoprire l’altro, a riprendere coscienza di sé nella propria alterità e così a riavviare un processo di rieducazione alla ricerca dell’autenticità in un rapporto empatico con il mondo.

Una riflessione, minima eppure necessaria e urgente, quella che i Santi Patroni sollecitano quest’anno ai Bresciani, invitati a combattere, come loro stessi fecero sulle mura più di mezzo millennio fa, contro un nemico, che pur con fattezze diverse, incalza e attenta alla radice stessa della Brescianità.

Essa è chiamata a raccogliere l’ennesima sfida, in verità, non così diversa dalle tante che nei secoli hanno concorso a delinearne e temprarne i tratti più caratteristici e pregnanti.

C’è allora solo il bisogno di prenderne coscienza, nel momento più significativo dell’anno, quello cioè della festa, paradossalmente il meno adatto alla riflessione, eppure il più coerentemente appropriato a compiere un altro tratto del percorso che conduca a maturare una più solida consapevolezza di sé e che permetta di passare dal silenzio dell’io in solitudine all’armonia del noi.

 

La visitazione (particolare), Alessandro Bonvicino detto il Moretto (1498-1554)

Collezione privata

 

 

Immagini di New Eden Group